METTI UNA SERA… CON I BEATLAND
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04 Marzo 2011
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METTI UNA SERA… CON I BEATLAND ERBA
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Un piccolo angolo della città di Erba si trasforma, la sera, in Liverpool. Mi trovo nella sede di Beatland, una band che canta i Beatles e che al quartetto inglese ha dedicato numerosi tributi. Il colloquio che nasce è a quattro voci e non starò qui a specificare ogni volta chi si faccia portavoce per gli altri delle cose che vengono dette nel corso di questa serata passata nel loro “covo” o, come dicono loro, nella “tana del lupo”. Non sono professionisti. Ognuno di loro, di giorno, fa tutt’altro mestiere: c’è un rappresentante, un falegname (che fa cucine e salotti), un montatore rvm e un responsabile della qualità nel ramo tessile. Ma alla sera, smessi i panni dei lavoratori, indossano quelli di Paul, Johm, Ringo e George e ridanno vita, almeno nelle voci e nella musica, agli scarafaggi più famosi del mondo. Non ci tengono, invece, ad assomigliare nel look, ai quattro: “Nonostante siano passati quarant’anni dallo scioglimento e nonostante la morte di due dei componenti, non è facile fare i Beatles oggi.
Un conto è fare le cose seriamente, cantare e suonare come loro, un altro è scimmiottarli con parrucche e occhiali. Noi in circa tredici anni che suoniamo la musica dei Beatles, a parte i nickname che ci siamo dati, non abbiamo mai cercato di imitarli nell’aspetto. I nostri soprannomi non ci influenzano più di tanto, sono solo un modo per entrare meglio nel clima dei Beatles, ma in realtà non sottilizziamo troppo e, per esempio, cantiamo le loro canzoni indipendentemente da chi cantava l’originale”. Giordano, Claudio, Marco e Daniele sono, a tutti gli effetti, un gruppo che omaggia un altro gruppo più famoso. Oggi le tribute band nascono come funghi ed è quasi impossibile non toccare da subito questo argomento, anche per capire in che modo loro si accostano (o si discostano) dagli altri gruppi del genere: “Cominciano a essere un po’ troppi i gruppi che fanno dei tributi a questo a quel cantante o gruppo: da Vasco a Ligabue, per tacere dei più recenti Negramaro che, per quanto famosi, non sono certo ancora un gruppo “storico”. Dà l’impressione che sia più facile fare dei tributi.
La parola è inflazionata: basta che uno canti tre pezzi di un artista o di un gruppo ed ecco che lo chiamano già tributo. Il tributo è un omaggio che si fa a qualcuno. Bisogna stare attenti che non diventi un insulto. Sono ormai molti anni che c’è questa band e abbiamo avuto ottimi riscontri. Siamo stati annoverati tra le migliori band italiane”. Con un gruppo che è indigeno dell’erbese, è quasi obbligatorio toccare anche il tema della partecipazione dell’altrettanto nostrano Davide Van De Sfroos a Sanremo e dell’uso del dialetto in trasmissioni nazionalpopolari: “Crea un precedente. Adesso è come se il folk fosse stato sdoganato a Sanremo”. In realtà la cosa era già accaduta nel 1997 con il Papa Nero dei Pitura Freska, che forse pochi ricordano. Un paio d’anni fa, poi, Eugenio Bennato, portò a Sanremo la musica del Mediterraneo. Ben venga, allora, anche il Davide locale, con buona pace di tutti. A proposito del dialetto, i nostri hanno un’esperienza un po’ particolare da raccontare: “Quando c’è stato il quarantesimo anniversario dei Beatles in Italia, è stato organizzato un concerto a Milano proprio per commemorare la loro prima esibizione italiana al Vigorelli. Un nostro amico ci ha proposto di registrare alcuni brani del gruppo tradotti in milanese. La cosa sul momento ci aveva spiazzato. Abbiamo scelto dei pezzi significativi tra quelli che i Beatles avevano eseguito in quell’occasione”. E così Yesterday diventa L’è staa ier. Con il rispetto della traduzione e della metrica originale. “Il disco che abbiamo registrato per quell’occasione è stato ascoltato anche da persone straniere che hanno riconosciuto i brani, ma che non riuscivano a capire in che lingua strana fossero cantati.
In seguito a questo abbiamo partecipato al Premio Carlo Porta per ben tre volte, un Premio importante per chi onora la città di Milano e le sue tradizioni, attraverso la propria opera culturale”. I problemi, dopo questa scelta, in qualche modo azzardata, non sono mancati; “Ci siamo inimicati una buona fetta di puristi. In seguito, con l’avvicendamento degli elementi siamo tornati alle versioni originali dei brani”. I nuovi entrati hanno portato nuovi stimoli: “L’anno scorso per la prima volta abbiamo partecipato al Lario Festival Jazz ed è stato un successo. Adesso stiamo preparando i concerti di quest’estate che ci porteranno a girare tra il Piemonte e la Lombardia”.Con i Beatles si tocca quella che è la storia o, senza voler essere irriverenti la Bibbia, della musica leggera. Come viene in mente a quattro ragazzi della provincia lombarda di emulare in qualche modo il più famoso complesso degli ultimi cinquant’anni? Sono loro stessi a girare la domanda al più giovane, ma la risposta è sicuramente quella che ciascuno darebbe: “È l’amore. Vero e proprio amore. Tutto nasce dalla passione di ciascuno per i Beatles. In un secondo momento questa passione si vuole condividerla anche con altri”. Per fare le cose bene, però, servono alcuni ingredienti indispensabili: “Ci sono canzoni che tutti canticchiano, come Ehi Jude, tanto per dirne una. Poi ci sono canzoni per le quali ci vuole la voce adatta, come She loves you. Inoltre bisogna dire che noi siamo tutti diplomati e polistrumentisti”.
“Alcune canzoni le ho sentite prima da loro e poi nella versione originale”, spiega il più giovane dei quattro. Ovviamente non in vinile, data la giovane età dell’interlocutore. “Forse, però, questo non è uno svantaggio. A parte la bellezza del vinile, infatti, la moderna tecnologia ci permette di ascoltare anche quello che il vinile non permetteva: il basso, i cori ad esempio. Venivano spesso tagliate le frequenze, a danno di un ascolto completo. Oggi siamo fortunati. Oggi ci sono supporti più precisi, si fanno partiture, tablature. I primi dischi rimasterizzati usciti nel 1973 (una doppia antologia rossa e una blu) presentano una differenza enorme nel suono. Lo stesso si può dire per Beatles Collection, con brani remixati completamente.”. I Beatles “nostrani” hanno avuto anche la loro ricompensa al paziente lavoro di ridiffusione della musica del mitico quartetto: “Abbiamo incontrato Paul McCartney. È successo nel maggio del 2003 al Foro Italico di Roma quando siamo stati invitati ad aprire il suo concerto. Siamo riusciti a stringergli la mano. L’unico rammarico è che non abbia mantenuto la promessa di firmarci il basso. È stato un incontro fugace, tra le invidie di molti vip, come Michele Guardì, Maria Teresa Ruta, Fabio Frizzi e Giancarlo Magalli, che invece non erano muniti del pass rosso necessario per poter accedere ad incontrarlo personalmente”. I concerti vedono la partecipazione di molti appassionati: “È sintomatico che alle serate che facciamo, siano moltissimi anche i giovani che partecipano. E quello che lascia davvero stupiti è che un giovane sia entrato a far parte della band. Significa che non sono solo canzonette, ma è qualcosa di sensazionale che è successo nella storia”. Quel qualcosa che loro cercano di far rivivere a distanza di quasi mezzo secolo con enorme passione e meritato successo.

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