BLACKSTONES – OMAGGI A DYLAN … BOB!
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Martedì
22 Marzo
2011
BLACKSTONES
OMAGGI A DYLAN … BOB!
ERBA
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Sono quattro, non giovanissimi, ma pieni di grinta. “Fino a due mesi fa avevamo anche il tastierista che suonava con noi, ma da poco ha smesso. Dopo sette anni, è subentrata un po’ di saturazione, ma noi speriamo che a breve rientri. Per il momento, però, la formazione si compone di un batterista, un bassista e due chitarristi: uno alla chitarra elettrica e l’altro alla chitarra solista. Io sono la voce solista, mentre gli altri fanno i cori.”. Così si presentano i Blackstones, per bocca di Tonino Viganò, uno dei due portavoce del gruppo (anche perché gli altri, durante questa intervista, non sono presenti). “Musicalmente abbiamo ancora un’impostazione vecchio stile. Come negli anni Sessanta curiamo molto l’armonia e un po’ meno la parte ritmica. Oggi, invece, si fa l’esatto contrario”. Hanno scelto Bob Dylan per vari motivi: “Prima di tutto perché non c’è nessuno che lo fa. È forse l’artista più difficile di tutti da interpretare. Lui è molto aritmico nella scansione delle battute. O si sa a memoria la canzone come la canta lui, oppure riprodurre le scansioni, le ritmiche, gli anticipi è pressoché impossibile. Inoltre, non si può perdere nemmeno una parola, altrimenti ci si ferma. Anche il tipo di voce dev’essere particolare. Io ho una voce afona, disarmonica che per cantare Dylan è l’ideale”. Mentre mi trovo nel negozio di strumenti musicali in cui si riunisce la band, entrano diversi amici e le conversazioni si intrecciano.
Il filo del discorso viene perso (e ritrovato) più volte. Ritorniamo al discorso principale e mi faccio spiegare la motivazione del nome: “Blackstones è stato scelto per due motivi. Prima di tutto perché, quando dieci anni fa abbiamo ricominciato a trovarci a suonare, lo abbiamo fatto facendo un tributo ai Rolling Stones. Dovevamo tirarci via di dosso la ruggine degli anni in cui avevamo smesso di suonare e non veniva fuori il suono che volevamo. A uno a uno siamo usciti da questo gruppo (continua con altri elementi il proprio percorso). Volevamo però mantenere la parola Stones nel nome, anche perché la madre di Bob Dylan si chiama Betty Stone. Abbiamo abbinato il Black, che è il colore più elegante e che va su tutto ed è nato il nome. È un nome che non richiama Dylan in nessun modo, se si esclude, appunto, il cognome della madre”. Una grande soddisfazione l’hanno già avuta: “Siamo l’unica band italiana (sono tre in tutto: una a Cagliari e una a Roma) linkati al sito ufficiale di Bob Dylan. Un giorno mi hanno contattato per posta elettronica e mi hanno chiesto se potevano fare un link. In quel momento mi sono tremate le ginocchia”. Recentemente hanno avuto un grave problema: “Lo scorso anno è morto improvvisamente il nostro bassista, Lanfranco Veronelli e abbiamo rischiato di chiudere. Abbiamo perso un grande amico, che sentivamo come un fratello. Non siamo nemmeno più riusciti ad andare a suonare nel locale che gli apparteneva e che lui stesso aveva allestito come sala prove. Abbiamo cercato un altro bassista e abbiamo chiesto a Marcello se lo voleva sostituire. Lui, che era appena uscito dalla Beatland (di cui avevamo parlato tempo fa), ha aderito e da allora suona con noi”.
La nuova formazione comprende dunque, oltre a Tonino che è la voce e a Marcello al basso anche Franco alla batteria e Francesco alla chitarra solista. I quattro si sono dati dei nickname: “Nel nostro sito abbiamo messo solo delle fotografie. Pensiamo che alla gente non interessi granché chi siamo in realtà. Quello che conta è quello che facciamo”. Sfogliando insieme le pagine del web, vediamo un filmato girato dalla televisione austriaca, la locandina di una serata al Teatro Sociale di Como e altre informazione che danno alla band un curriculum di tutto rispetto. Tra le altre cose mi raccontano di aver cantato su un palco costruito sull’acqua di un lago, in Lazio. Hanno suonato con Luigi Grechi “che durante il nostro concerto era seduto sulle panche e seguiva attentamente. Alla fine è venuto a farci i complimenti- Siamo stati in cartellone con Bob Dylan a Pistoia e abbiamo suonato con lui anche a Venezia. Qui c’era un palco enorme. Era durante la settimana dei mondiali. C’era stata una settimana dedicata a Fernanda Pivano e alla beat generation ed era venuto Bob Dylan”. La lista dei luoghi in cui la band ha suonato è lunga e per ognuno c’è un ricordo o una particolarità. Di Bob Dylan hanno un ricordo molto sobrio: “Non ci ha nemmeno salutati. Lui ha proprio l’abitudine di salire sul palco e mettersi a cantare, senza un saluto o una parola. È troppo popolare e dopo l’uccisione di John Lennon si è molto chiuso. Quando è stato a Città del Messico si è travestito da donna per girare per strada tranquillo”. Le soddisfazioni non sono certo terminate qui: “I nostri video su You Tube sono stati cliccati 162000 volte e da ogni parte del mondo. Anzi, dirò che siamo più conosciuti nel resto del mondo di quanto lo siamo in Italia”. Come si suol dire, nessuno è profeta in patria. Il discorso si sposta presto sul pullulare di cover band in Italia: “Mancano i protagonisti, questa è la ragione per cui le cover band fioriscono un po’ ovunque. La musica disco degli anni Ottanta ha oscurato i grandi artisti che avevano avuto successo nel periodo precedente. Molti artisti e gruppi sono spariti dalla circolazione. La loro musica, però, è rimasta. Da poco c’è una ripresa dei gruppi in Italia. A parte il fenomeno dei Pooh, che sono inossidabili, non ci sono stati gruppi di riferimento per i ragazzi.
Chi ascoltava la musica degli anni Sessanta e Settanta in casa, ha poi rifatto quella stessa musica quando ha avuto la propria band. Ci vorrebbe un altro sconvolgimento, come quelli di quell’epoca: i grandi gruppi, infatti, sono santi in conseguenza di qualche grave sconvolgimento bellico o comunque di qualche fatto grave. La globalizzazione appiattisce tutto. I ragazzi bruciano molte esperienze. Noi avevamo rapporti diretti, personali, ora i rapporti vanno avanti in modo virtuale e magari con persone che dicono di essere ciò che non sono”. Non hanno mai inciso un disco: “Crediamo che la gente che vuol comprare una canzone di Bob Dylan, preferisca comprare l’originale, non vediamo perché dovrebbe comprare le nostre. La nostra musica non avrebbe comunque sbocco commerciale”. Il loro modo di interpretare le canzoni prevede “il cinquanta per cento dei nostri arrangiamenti e del nostro modo di vedere la musica, rispettando il sound originale. La nostra particolarità è quella di cantare spesso le canzoni di Dylan nel modo in cui le hanno cantate gli altri; Eric Clapton, Neil Young, Van Morrison, tanto per fare dei nomi. Facciamo anche molte versioni della Rolling Thunder Revue, cioè di quando Dylan cantava sul palco con un gruppo di musicisti, che erano tra i migliori d’America e nascevano molte improvvisazioni. Non abbiamo versioni delle nostre canzoni simili a quelle originali”. I quattro hanno lavorato in collaborazione anche con i Beatland in uno spettacolo musicale scritto da Michele Murino “Alla you need is rock”. I Beatles e Dylan, infatti, si erano incontrati: “lo dimostra la storia e avevano subito l’influenza reciproca. Dylan è diventato più elettrico e i Beatles hanno modificato i loro testi, rendendoli più profondi. Purtroppo è uno spettacolo che si potrebbe fare in modo più organico, immettendo dei filmati sui protagonisti e gli avvenimenti dell’epoca, ma costerebbe troppo. Per ora lo abbiamo potuto fare solo un paio di volte e prossimamente, per il settantesimo compleanno di Bob Dylan lo presenteremo a Chatillon, in Val D’Aosta”. Un’altra particolarità del gruppo è che suonano “per il gusto di suonare. Sempre, rigidamente dal vivo. Non usiamo le basi, perché per noi suonare è divertimento. Le basi, tra l’altro, sono una mania tutta italiana. Se a Londra qualcuno si presenta con le basi, non lo fanno cantare. La passione è quello che fa muovere il musicista. Anche chi vuole cominciare una carriera professionale nella musica, oltre a studiare in continuazione, deve avere molta passione. Devono innamorarsi della musica. Qui abbiamo anche una scuola di musica ed è proprio questo a cui tendiamo: partiamo dagli interessi del ragazzo per invogliarlo a studiare. E deve mettere in conto che dovrà cedere a dei compromessi”. Già, la scuola. Ma la scuola italiana educa alla musica? “Quando vai all’estero, è raro non trovare in ogni casa almeno uno strumento musicale. In Italia, invece, fino agli anni Sessanta, l’unico strumento era la fisarmonica. La chitarra era una rarità. Non parliamo del pianoforte, che era riservato ai ricchi e a chi studiava al Conservatorio. Negli altri Paesi la musica classica è molto sentita, fa parte del bagaglio culturale. Qui, invece, l’unica esperienza musicale dei ragazzi a scuola è il flauto dolce. Solo ora sta nascendo qualche orchestra giovanile, qui da noi. Proprio qui a Erba sono venuti un paio di gruppi inglesi, ancora negli anni Ottanta. Facevano ska, punk rock. Il batterista, su un piano scordato che era nel salone dell’oratorio, suonava Bach e Beethoven. Negli anni Sessanta il batterista dei Bad Boys, sapeva leggere la musica e rullava con due casse, non con il pedale doppio, ma con due pedali. La cultura, quindi, in certi Stati, c’era, eccome. Qui siamo ancora indietro. Possiamo solo sperare che le cose cambino”. Chi volesse seguire i Blackstones, può fare riferimento al loro sito: www.blackstones.it. E, naturalmente, andarli a vedere anche dal vivo.
a cura di Manuela Rigamonti
NADIRPRESS AGENCY
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